La pesca che difende il mare
3/1/2007 - Il pescaturismo è una nuova attività di turismo compatibile, che concilia le necessità economiche dei pescatori tradizionali con la tutela dell'ambiente marino. Un pescatore di Talamone, nel Parco della Maremma, racconta
di Cristina Maceroni
Il porticciolo di Talamone è nascosto in una minuscola insenatura, sormontata dall’omonimo promontorio, un bastione di roccia che “apre le porte”, per chi naviga da sud, al meraviglioso Parco della Maremma, in Toscana. Un territorio che la natura ha dispensato di meraviglie: macchia mediterranea rigogliosa, spiagge e falesie intatte, grotte e insenature che si affacciano su un mare pescosissimo. Talamone è un centro di poche anime, appena 100 persone, quasi tutti nativi del posto. Solo d’estate si riempie di turisti, almeno 2-3.000 a stagione. In questo piccolo paese della costa tirrenica vivono per la maggior parte pescatori tradizionali, 45 piccoli pescherecci che operano dall’Argentario fino a Castiglion della Pescaia. Sono i custodi di un mestiere antico e faticoso, ben lontano dalla pesca industriale dove l’uomo si è ormai trasformato in un “operaio del mare”.
Abbiamo incontrato uno di questi pescatori, Paolo Fanciulli, sulla banchina di Talamone al rientro da una giornata di pesca. Paolo è figlio di pescatori ed è uno dei pochi che ha la fortuna di lavorare in questo angolo di paradiso. Ha la pelle del viso cotta dal sole e dalla salsedine e le mani di chi è abituato a tirar su le reti da solo. Mentre ormeggia il suo motopeschereccio, la “Sirena”, Paolo trova il tempo di raccontare il suo amore per questo lavoro, per questo ambiente e, soprattutto, la rabbia per un degrado che sente incalzante.
“Vivo a Talamone da quando sono bambino, sono abituato alle fatiche del mare. Ero sempre con mio padre, là fuori ma ho vissuto con lui anche dentro questi boschi, appostato per osservare i cinghiali, i caprioli, o a cercar funghi. Forse è per questo che un giorno ho deciso di trasmettere questa mia passione anche agli altri. Qualche anno fa ho praticamente inventato un sistema per far vivere, almeno per un giorno, la mia esperienza di pescatore a chi del mare sa poco o niente, avvicinare le persone a questo mestiere antico e ricco di tradizioni. E così è nato il pescaturismo che oggi viene praticato un pò dappertutto”.
Come si svolge una giornata a bordo della "Sirena"?
“I turisti si alzano presto la mattina e mi aiutano a tirar su le reti che ho buttato la sera prima. Gli spiego cosa vuol dire un fondale intatto, come funziona la strumentazione di bordo, perché mi batto per salvare il mare. Poi li porto a scoprire le grotte, gli antichi approdi delle navi che un tempo scaricavano il carbone, li avvicino alla costa per osservare insieme il nido del falco pellegrino, del corvo imperiale. E poi si scende a terra, si pulisce il pesce e si mangia insieme quello che il mare quel giorno ci ha voluto regalare. Sai che ogni volta che esco in mare scopro sempre qualcosa di nuovo? Forse è proprio questa passione per il mare la cosa più importante che riesco a trasmettere. Insieme ai colleghi delle altre cooperative di Talamone facciamo le uscite in barca anche con i bambini e i ragazzi delle scuole. Alla fine della giornata non solo sanno distinguere una spigola da un’orata ma hanno anche imparato che le praterie di posidonia sono importanti e vanno salvate”
Già, perché vanno salvate?
“Perché il mare senza la Posidonia è come un bosco bruciato o raso al suolo. Non ci cresce più nessun pesce. Vedi questa foto? – e mi mostra l’immagine di un groviglio di immense cime legate a pesanti catene - Questa rete a scogli è stata inventata in Francia e poi vietata, anche da noi. Ma ci vogliono 5 minuti per buttarla in mare: è una strascicante appesantita da chili di catene che servono ad trascinare sul fondo la rete. E’ un mostro che distrugge tutto ciò che trova: le ho viste in un porto qui vicino 15 anni fa e so che ancora oggi, specie di notte, le usano in quasi tutto il Tirreno. Questa foto la mostro ai turisti ogni volta che salgono in barca: è la testimonianza di quello che denuncio da anni. Centinaia di pescherecci, con queste reti micidiali, riescono a spazzare via le foreste del mare, mettendo in crisi soprattutto i fondali delle isole, degli arcipelaghi. In queste zone lasciano le loro uova, noi diciamo che “fanno il montone”, pesci pregiati come dentici, aragoste, capponi. Ecco perché non se ne trovano più di taglia grossa.”
Invece la pesca che fate voi non danneggia l’ambiente?
“La piccola pesca (questo settore in Italia coinvolge circa l’80% della flotta “di pesca” italiana, con basso investimento economico e alta densità di occupazione, ndr) usa sistemi che permettono di mantenere pressochè inalterato l’ecosistema marino, come i tramagli, i palangari e le nasse. La dimensione delle maglie e la struttura della rete permettono di selezionare i diversi tipi di pesce e il bottino che torna a terra è sempre diverso a seconda delle stagioni: in autunno e primavera c’è il passaggio del pesce azzurro mentre più tardi appaiono i palamiti, le orate i sugherelli e le occhiate”.
Cosa si può fare per fermare questi sistemi micidiali?
“Per combattere tutti i sistemi illegali di pesca, come lo strascico entro le 3 miglia, la soluzione migliore sarebbe quella di installare su tutte le barche da pesca un sistema di rilevamento satellitare, la Blue Box, che svela la loro posizione e fa capire, a chi controlla da terra, se sta pescando dove non deve. Questo perché è importante intervenire subito: chi pesca a strascico sottocosta viene chiamato via radio dai compagni non appena esce in mare una motovedetta, e così riesce a farla franca. Le mie denunce sono state accolte dalle Capitanerie di Porto che fanno del loro meglio, ma bisogna potenziare i sistemi di controllo, non c’è altra soluzione".
Tornando al pescaturismo, ci sono delle regole da seguire per chi svolge questa attività?
“Noi siamo associati all’ AGCI Pesca, l’associazione che riunisce la maggior parte delle cooperative che fanno pesca tradizionale. Sono loro poi ad aver creato il marchio del pescaturismo”.


